I cattolici dopo il ventennio berlusconiano

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Uscire dal ventennio berlusconiano: come? Sceglierei un titolo del genere per approfondire molti degli interrogativi che circondano il “mondo cattolico” oggi nel suo tormentato rapporto con la politica. La questione è d’attualità, amplificata da letture giornalistiche sempre molto attente a ciò che si muove nella superficie del potere italiano. E i media che danno risalto a questi movimenti, e che in qualche modo contribuiscono a produrli e ad alimentarli, parlano già del “partito di Todi” segnalando la presenza di diversi ministri cattolici nel governo Monti come il segno di una riscossa a lungo preparata nella riservatezza dei palazzi del potere religioso e poi portata alla luce nell’assemblea umbra dello scorso 17 ottobre. Raccontata così la vicenda rischia di assumere i contorni di una mera operazione di potere, paragonabile e sovrapponibile a tante altre: alcune personalità autorevoli, scelte dall’alto, collocate in posizione di potere per garantire direttamente alcuni interessi e dimostrare una propria forza nella mappa del nuovo potere post-berlusconiano. Per fortuna le cose sono in po’ più complicate. Così come complicato, plurale, articolato e vitale è il mondo cattolico italiano. Torniamo, allora, alla domanda iniziale: come uscire dal berlusconismo. Il che implica la necessità di riconoscere una realtà scomoda. E cioè che questi lunghi, infiniti diciassette anni hanno visto un sostegno duraturo e talvolta esplicito di una larga parte della gerarchia al berlusconismo e al suo sistema di potere. Perché questo è avvenuto? E cosa ha prodotto questa scelta nel rapporto tra cattolicesimo e politica? Andiamo per ordine. Esistono ragioni che affondano nella storia di questo Paese e riconducono alla naturale propensione conservatrice di una parte consistente del mondo cattolico italiano e della gerarchia. Si potrebbe richiamare il consenso espresso dalla Chiesa italiana al fascismo, almeno fino al 1938, quando le leggi razziali, l’alleanza con Hitler e poi la guerra misero in crisi il rapporto con il regime di Mussolini. E poi, nel dopoguerra, le vicende del “partito romano”, messe in luce dagli studi di Andrea Riccardi, con le reiterate iniziative per aprire a destra le porte della Dc che De Gasperi aveva scelto di tenere chiuse. Tensioni e contrapposizioni ciclicamente emerse nella vicenda democristiana, anche negli anni successivi. Certo, parliamo di stagioni diverse e lontane, segnate da una questione molto delicata come quella del rapporto tra Chiesa e democrazia, dopo gli anni di una dittatura e in un tempo profondamente segnato dal peso di ideologie totalizzanti. E tuttavia credo che una rilettura della storia del cattolicesimo politico italiano non possa prescindere da quelle esperienze. Del resto è stato un grande maestro come Pietro Scoppola a sottolineare il valore del rapporto tra storia e politica nel farsi di processi politici che si dipanano nel tempo e si proiettano nel futuro. CONTINUA A LEGGERE

Francesco Saverio Garofani (Deputato PD)

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